La scrittura terapeutica … viaggio nell’autobiografia

“Scrivere è la tana che mi porto sempre dietro. Quando mi immagino dentro una situazione o in un posto di disagio, o in preda a una crisi di panico, penso che però potrei sempre tirar fuori il mio quaderno di appunti e rintanarmi nell’altro mondo, e là starei bene”

(Milena Agus)

 

L’autobiografia deriva la sua origine etimologica da authos-bios-graphein, che significa scrittura della propria vita. Nasce come genere letterario, una pratica di scrittura dalle origini antiche che possiamo far risalire alla tradizione greco-romana, e al precetto delfico gnòthi seautòn, che significa «conosci te stesso». In anni più recenti il suo significato originario si trasforma, per diventare epistemelestai eauton «prendersi cura di se stesso, occuparsi di sé» attraverso un percorso che porta verso la propria interiorità e la propria storia, dando forma a una vera e propria “cultura di sé” fatta di introspezione, scrittura diaristica, intime corrispondenze, esercizi spirituali, monologhi interiori.

 

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“Affinché il pensiero divenga distinto, è necessario che si sparpagli in parole; non ci accorgiamo bene di ciò che abbiamo nello spirito finché non prendiamo un foglio di carta e allineiamo uno accanto all’altro i termini che prima si compenetravano”.

(Henri Bergson)

 

L’attività dello scrivere permette l’espressione più vera dell’interiorità, che irrompendo sul foglio bianco, dà forma e sostanza ai ricordi e ai pensieri fatti di vissuti ed emozioni. È proprio attraverso la scrittura di sé, infatti, che i vissuti più intimi e talvolta inconsci trovano una possibilità, libera e liberatoria, per dirsi, lasciando che la persona sperimenti il piacere di parlarsi e ascoltarsi, di riallacciare i rapporti con il proprio sé, di attivare un processo verso una sempre maggiore consapevolezza di sé.

 

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“Non si viene al mondo attrezzati di una mappa che ci consenta un immediato orientamento dentro un orizzonte di significati già disponibili. Si nasce, invece, gravati dalla responsabilità di disegnare la mappa mentre si sta in cammino. Non ci è dato di costruirla in un luogo quieto, ma nel bel mezzo dell’esperienza. In questo senso siamo animali erranti alla continua ricerca del senso dell’abitare la terra e il mondo”.

(Luigina Mortari)

 

Ripensare la propria storia, ripercorrendola nelle sue tappe più significative, ricercare un senso di continuità e coerenza dentro il proprio percorso evolutivo, costruire un progetto di sé e per sé attraverso un processo che è certamente riflessivo e cognitivo, ma soprattutto emotivo, rappresenta un vero e proprio spazio per sé che diventa cura di sé.

Spazio per sé che, nel tempo e nel raccoglimento, nell’attenzione e nella concentrazione, crea un luogo interiore di silenzio e di ascolto lontano dai ritmi incalzanti e spersonalizzanti della vita quotidiana. Un tempo per sé ritrovato scrivendo di sé, che diventa il tempo dell’incontro con sé stessi, lo spazio entro cui costruire la propria soggettività e la direzione del proprio progetto di vita.

Accingersi a raccontare la propria vita diventa, dunque, un modo per rispondere alla necessità di trovare non un significato, ma il senso della propria esistenza.

 

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“Mi sto aiutando. Con in mano questa penna e davanti ad un foglio bianco, voglio tentare di ritrovarmi ancora..

… Che cosa ho imparato dalla mia malattia? Cosa mi è stato insegnato? Innanzitutto che la vita è meravigliosa, che ci sono cento, mille e ancor più possibilità verso cui noi possiamo volgerci. E ancor di più ho imparato e sto imparando a crescere, assaporando il mio senso, la mia malattia è diventata mia nel momento in cui le ho dato un  mio senso. Il mio senso è qui, dietro questa scrivania, sui cui perdo le ore a scrivere. La mia malattia ha generato in me la consapevolezza che scrivere di sé, raccontarsi, maggiormente dopo un forte momento di dolore o dopo una malattia, sia una terapia essenziale…Rivedere la propria storia ci spacca in due perché è doloroso quel tragitto di conoscenza e approfondimento, ma credo divenga essenziale per una cura di sé, del proprio corpo e della mente che da quello non è disgiunta. Molti hanno paura di affrontare il proprio sé come temono la malattia, ma credo che elemento necessario sia oggi diffondere questa cultura dell’introspezione per risanare se stessi e quelli che ci sono accanto…”

(Sonia Scarpante)

 

Il dolore, la malattia costituiscono un momento di difficoltà che incide fortemente sulla qualità della vita e sul ben-essere soggettivo, perché incrinano la prospettiva di un dover essere ulteriore dell’individuo. Per tale ragione, essi rappresentano uno degli eventi con più forte valenza di discrepanza in una storia di vita, in grado di attivare forme di pensiero narrativo e quindi di produrre storie, racconti. Per accettare, reagire, affrontare o convivere con il proprio disagio, la sofferenza, la malattia, la persona deve attribuire un (nuovo) senso, un’interpretazione alla sua condizione, al suo mondo e alla sua vita: perché costruire significati equivale a costruire mondi possibili e ulteriori nei quali ricominciare a esistere e agire.

La scrittura, allora, rappresenta uno strumento d’aiuto per il soggetto nell’elaborazione e nel superamento di un evento doloroso, un trauma o una paura; la scrittura diventa possibilità di cura.

 

 

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“Perché ci sono cose che non riusciamo a dimenticare. Non si dimenticano eventi, o relazioni, o fatti per il troppo dolore, dove si realizza quella dimensione del passato che non passa, che è quindi un presente che incombe, gela, lega, imprigiona, che, in altre parole, impedisce il futuro. E’ una patologia, non più una memoria: una fissità che ci fa essere sempre là e allora, in un passato in cui resta impresso il dolore patito che lascia traccia nella mente e nel corpo e dove l’unico, autentico modo per dimenticare consiste nel prendere distacco. Un distacco che non significa cancellare il passato, ma trattenerlo senza che incomba, senza che sia un peso, un gravame, senza che stia in noi come un presente indelebile. Saper dimenticare, vuol dire far vivere il passato come qualcosa di cui siamo fatti, ma da cui ci dobbiamo in un certo qual modo congedare, per avanzare”

(Salvatore Natoli)

 

Nella prospettiva autobiografica da una sofferenza si guarisce solamente a patto di sperimentarla pienamente, non solo per realizzarla, ma soprattutto per accettarla. Fuga, negazione, oblio sono intralci al percorso. Il ricordo, o meglio, la scrittura della memoria, può permettere alla persona di recuperare e superare il dolore. L’autobiografia insegna a guardare oltre il dolore, dopo averlo ben fissato in volto, dopo averlo attraversato con domande al limite della sopportabilità: oltre il presente, intravedendo un dopo, un’ulteriorità, una nuova possibilità di dirsi, percepirsi, essere nella costruzione del proprio romanzo esistenziale.

 

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“Le cose più importanti sono le più difficili da dire. Sono quelle di cui ci si vergogna, perché le parole le immiseriscono – le parole rimpiccioliscono cose che finché erano nella vostra testa sembravano sconfinate, e le riducono a non più che a grandezza naturale quando vengono portate fuori. Ma è più che questo, vero? Le cose più importanti giacciono troppo vicine al punto dov’è sepolto il vostro cuore segreto, come segnali lasciati per ritrovare un tesoro che i vostri nemici sarebbero felicissimi di portar via. E potreste fare rivelazioni che vi costano per poi scoprire che la gente vi guarda strano, senza capire affatto quello che avete detto, senza capire perché vi sembrava tanto importante da piangere quasi mentre lo dicevate. Questa è la cosa peggiore secondo me. Quando il segreto rimane chiuso dentro non per mancanza di uno che lo racconti ma per mancanza di un orecchio che sappia ascoltare”.

(Stephen King)

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